S.L.M. è un movimento di idee e di intelletti!


S.L.M. squarcia il grigiore e lo squallore della tua città! S.L.M. rivendica il diritto della gioventù di esprimere liberamente le proprie idee e la propria creatività attraverso canali non conformi al pensiero massificato! S.L.M. propone un'informazione libera, partecipata e allergica agli schemi della cultura mediatica!

venerdì 30 dicembre 2011

Comunicato Sur Les Murs

L’Associazione Culturale Sur Les Murs e ogni suo singolo appartenente condannano fermamente eventi drammatici come quello di Firenze, dissociandosi da protagonisti e motivazioni. Manifestazioni di intolleranza e razzismo come la mattanza del tragico 13 dicembre non possono e non devono diventare merce politica, stupida occasione di strumentalizzazione per uno spicciolo tornaconto d’immagine.
Identità significa amore per le proprie radici e rispetto per quelle degli altri. Addio ragazzi di piazza Dalmazia, niente al mondo valeva una goccia del vostro sangue.

giovedì 8 dicembre 2011

CIAO SERGIO !

Lo scorso 26 settembre, a Monza, si è spento il noto fumettista Sergio Bonelli, figlio dell'ideatore di Tex Willer, l'indimenticato Gianluigi Bonelli. Sergio Bonelli nasce nel Dicembre del 1932, e, proprio per questo, gli viene affibbiato il soprannome di “fratello di Tex” in quanto sia lui sia il famoso personaggio dei fumetti nascono dallo stesso padre, e per giunta in date abbastanza ravvicinate. Quest'uomo, oltre ad aver conservato la tradizione western della casa editrice Bonelli, ha creato dei personaggi mitici che hanno fatto sognare generazioni di italiani, come Dylan Dog, Zagor o Mister No, distinguendosi per etica e abilità professionale. E chissà quale sarà l'umore di Tex e i suoi “pards”, ora che anche lui s'è ne andato. Per non parlare di Zagor, il “duro” dal cuore tenero che mi piace immaginare nella sua capanna in mezzo alla palude, nascosto per celare a tutti i suoi ammiratori la tristezza che l'avvolge sapendo che suo padre non c'è più. E ancora Mister No, che nella foresta, lontano dal mondo in piena epoca post-bellica (si parla del 1950), piange con il suo amico tedesco Otto Kruger la morte di colui che, per dargli vita, si era nascosto dietro allo pseudonimo di Guido Nolitta. Insomma Sergio Bonelli è compianto da tutti, da noi ammiratori e da loro, autentici maestri di coraggio e lealtà, tutti figli o fratelli di quest'uomo dalla incredibile fantasia e modestia. Probabilmente lui avrebbe preferito morire in sordina, senza troppe celebrazioni e senza troppo clamore, ma io e molti altri, da ammiratori, non abbiamo resistito a salutarlo un'ultima volta. Un uomo come lui merita di essere ricordato e raccontato, le sue opere diffuse e pubblicizzate perchè, in tempi come questi, dove tutti stentiamo nel trovare degli esempi a cui ispirarsi, i suoi fumetti saranno sicuramente d'aiuto nel ricordarci cos'è il coraggio, cos'è la passione e che cos'è la dignità. Ciao Sergio.
Gabriele Sgueglia

Il “Passaggio al Bosco”: «un’escursione perigliosa oltre gli stessi confini della meditazione»


Nei primi anni del secondo dopoguerra Ernst Jünger scrive una preziosa “guida alla libertà” con il titolo enigmatico Der Waldgang (“passaggio al bosco”), tradotto in italiano col titolo “Il Trattato del Ribelle”. Nell’antica Islanda il Waldgänger ( “colui che passa al bosco”) era il proscritto, il reietto della società, l’individuo che si dà alla macchia e conduce una vita solitaria, libera e rischiosa e lo scrittore tedesco rifacendosi a questa tradizione nordica traccia la figura del Ribelle, un tipo d’uomo che sceglie di resistere al nichilismo desertificante del nostro tempo. Parla del bosco come di qualcosa di intimo, di segreto, che molti possono trovare, soprattutto dentro di sé e con il “Bosco” ci consegna un’immagine della foresta come luogo in cui l’uomo diviene finalmente sovrano di sé e riesce anche ad sottrarsi alle decadenze del suo tempo, ritrovando il contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del tempo e sentendosi realmente un individuo. La Via del Bosco è dunque il percorso che ogni uomo deve compiere per recuperare la propria “selvatichezza”, originarietà e autenticità, e per riscoprire quelle forze ed energie umane, che la società moderna ha ormai perso e fatto atrofizzare. Ovviamente l’immagine del bosco e l’intero percorso sono una metafora caricata di densi significati ideali, morali, libertari e metapolitici. [«Il Ribelle è deciso a opporre resistenza , il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime, oggi, nell’intenzione di opporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo»] Partendo dall’immagine rousseauiana della reimmersione dell’uomo nella natura, la carica di significati ulteriori delineando l’immagine di una resistenza stoica alla propria società, una fuga attiva e pragmatica dal proprio tempo e dalle storture morali, un’ansia di palingenesi e rinnovamento che paradossalmente fa leva su un ritorno alle origini, basato su una critica corrosiva e astiosa e che, nel ritornare a un passato originario, vergine e non ancora corrotto dalla modernità non rivela assolutamente un mero passatismo, molto idealizzato e superficiale, o un nostalgismo banale, bensì un lucida analisi ponderata e veritiera. Junger è critico del capitalismo e dell’economicismo borghesi, della tecnocrazia e del predominio delle macchine sugli uomini, del positivismo e del razionalismo esasperati, della massificazione culturale e del conformismo moderno che livella le individualità e appiattisce e impoverisce le personalità, del consumismo, del democratismo e la sua farsa della rappresentanza del popolo e la prassi elettorale. [«L’uomo, il Ribelle, si chiede in che modo sia possibile sottrarsi all’annientamento. Se avere ancora un destino o se essere considerato un numero.. decisione che ciascuno deve prendere da solo»] Un aspetto importante che ritroviamo nella sua critica è il potere esercitato sull'individuo dall'apparato tecnico-produttivo ed organizzativo dello Stato moderno che lo porta a temere una deriva tecnocratica, una reificazione dell’uomo e una disvalore materialistico .[«L’umana grandezza va conquistata lottando.Quegli uomini che hanno mantenuto intatta la consapevolezza della dimensione originaria dell’uomo e che da nessun potere superiore potranno mai essere indotti a rinunciare ad agire da uomini. »] Il ribellismo jungeriano, però, non è astratto anarchismo, è piuttosto un ribellismo cosciente e ponderato, in chiave tradizionalista e morale, che fa leva sull’individuo e lo pone alla base dello sviluppo umano in un ottica semmai comunitaria più che sociale. [«La storia autentica può essere fatta solo da uomini liberi. E’ l’impronta che l’uomo libero da al destino. In questo senso possiamo dire che l’uomo libero agisce in nome di tutti :il suo sacrificio vale anche per gli altri »] Commuovente il valore altissimo che da al concetto di ribellione e critica al proprio tempo. [«Abbiamo momenti di intensa autoconsapevolezza e altri di severa autocritica. Questo è il segno delle civiltà superiori: esse proiettano le loro arcate sopra il mondo dei sogni. »] E’ una critica densa di idealità, energica, battagliera, ribellistica e formativa, originale e potentissima nella sua lucidità al tempo stesso spiazzante e illuminante, una lettura straordinaria… leggere per credere!
Marco Mungai

“Adieu vieille Europe, que le diable t’emporte”

Cosi recitava un vecchio canto dei combattenti della legione straniera francese: “addio vecchia Europa,che il Diavolo ti porti”. E’ un’Europa vecchia e debole quella che si presenta alla prova del ventunesimo secolo,un’Europa stanca, decadente, eterodiretta e zeppa di padroncini e capetti. L’attuale situazione economica affonda le sue radici in scelte politiche folli tra cui spicca la creazione del WTO,il mercato globale che doveva esaltare le presunte proprietà terapeutiche del liberismo e che invece ha finito per dar ragione a quelle economie che non conoscono stato sociale o che fondano il proprio stile di vita su cardini per noi alieni, radicando il proprio benessere su diverse aspettative. Le teorie che rappresentano la spina dorsale delle nostre economie vacillano e i tecnici stessi brancolano nel buio tra chi auspicherebbe un ritorno a impostazioni “stataliste” e chi invece sostiene che il liberismo non sia fallito ma male applicato. L’ideologia democratica stessa vacilla, coi parlamenti che perdono di credibilità, la politica che s’inabissa in tutto il continente tra corruzione e scandali sessuali e incapacità decisionale. Quella che era stata annunciata come crisi economica sembra sempre più una vera e propria decomposizione che sta travolgendo il nostro welfare state e la nostra stessa essenza culturale europea,andando a braccetto con una immigrazione sradicante che i governi, incapaci di assumersi la responsabilità di scelte radicali, non riescono a controllare. Tra “indignados” che si limitano a manifestare la propria rabbia sfasciando le vetrine con gli estintori senza proporre ne costruire,privi di organizzazione, gerarchie e quindi incapaci di costituire una vera alternativa al deserto culturale e politico che avanza e poteri finanziari sempre più arroganti e tentacolari sembriamo avviarci sempre più verso inquietanti prospettive “orwelliane”. L’unica forza dell’Europa risiede ormai negli europei stessi; nella loro mai del tutto sopita capacità di rialzarsi e far leva sui bagliori del passato per costruire il futuro. Gli europei, infatti, non sono gli americani. O per lo meno non ancora; non tutti. Tutto sta nel vedere quanto i singoli e le comunità sapranno reagire a questa marcescenza ed espellere tutte quelle forze interne ed esterne che puntano alla disgregazione delle nostre comunità nazionali. Certamente sarà una battaglia lunga e terribile ma è già successo in passato. Potrebbe succedere ancora. Dipende tutto da noi.
Lorenzo Galligani

Sur Les Murs (Ottobre 2011)





lunedì 7 novembre 2011

"GOODBYE LENIN!"

Il giorno martedì 8 Novembre, alle ore 21:30, al circolo "Sur Les Murs" di V.Dalmazia 115, sarà proiettato il film "Goodbye Lenin" per celebrare il ventiduesimo anniversario dalla caduta del muro dell'odio.
GOODBYE LENIN!


mercoledì 2 novembre 2011

La Gioventù Bruciata di Michelstaedter



Le giovani vite stroncate dal tormento e da abusi autolesionisti esercitano da sempre un fascino irresistibile agli occhi della massa, me compreso. Il mito del cosiddetto "Live fast, die young" ha reso molti artisti delle vere e proprie icone generazionali, a volte anche oltre i veri meriti di questi. Eppure non rientra in questo giro di "fama facile" Carlo Michelstaedter, rimasto tutt'oggi semi-sconosciuto ad un pubblico di cercatori d'idoli. Michelstaedter fu un poeta e un saggista goriziano morto suicida nel 1910 alla giovane età di 23 anni; il modo migliore per descriverlo è certamente l'immagine di un viandante solitario che percorre la sua strada senza ambizione o meta precisa, il giovane studente di lettere infatti, nella sua breve vita, non ha mai scritto nulla indirizzato al "grande pubblico": la sua principale opera, ovvero "La Persuasione e la rettorica", altro non era che la sua tesi di laurea, e le poche poesie da lui scritte erano indirizzate come lettere a persone ben precise, e nessun estraneo le avrebbe mai dovute leggere. Insomma, non si può certo dire che gli interessasse di avere i dannunziani riflettori addosso, eppure la sua non è una personalità da ignorare, o da far passare in secondo piano. Basta leggere qualche estratto della sua opera/tesi, ovvero "la persuasione e la rettorica" per capire la tensione tra la vita e la morte che attanagliava il cuore di Michelstaedter. Ogni uomo tende alla totale persuasione, ovvero alla completezza, e scopo della sua vita dev'essere proprio quello di raggiungerla. E' una volta raggiunta che l'uomo ha realizzato il suo piccolo scopo, ed è per questo che dopo la persuasione completa ci aspetta la morte. Questa non deve spaventare, dice Michelstaedter: "Chi ha paura della morte è già morto". La morte distrugge solo ciò che è nato, ma chi tende o raggiunge la persuasione sa che la vita non si risolve solo nell'essere nati, anzi, la nascita diventa tassello sì necessario, ma non fondamentale alla vita, che è possesso del nostro mondo nel presente. Non si deve guardare al futuro, l'unica cosa sicura del futuro è appunto la morte, il fare programmi altri non è che uno stratagemma della retorica, che impegnata a preservare la vita come semplice sopravvivere, distoglie lo sguardo dell'uomo dalla vera persuasione, che appunto ne provocherebbe la morte. Una incredibile coerenza alle conclusioni a cui era arrivato portò Michelstaedter, il 16 ottobre del 1910, a scrivere il finale della sua tesi con un colpo di rivoltella alla testa. Il suo nome rimane nell'ombra nonostante l'intensità della sua vita artistica, che lo portò al folle gesto, mentre resta sulle nostre pareti e sulle nostre magliette l'immagine del Sid Vicious della situazione, morto solo per aver esagerato con la droga, e dal talento assai dubbio. Ma non me la sento di prendermela troppo con il povero Sid Vicious, in fondo qualche cosa in comune con Michelstaedter l'aveva: entrambi, infatti, non sapevano suonare il basso. 
NICOLO BINDI